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10 Febbraio 1947: firma, a Parigi,
del Trattato di Pace tra l'Italia e le nazioni vincitrici della seconda
guerra mondiale. Un atto fortemente contestato, anche da personalità non
certo accusabili di filofascismo (per tutte Benedetto Croce), un trattato
che viene imposto all'Italia senza alcuna possibilità negoziale (sarà
definito, per tale ragione, "Diktat") e che segna in maniera
drammatica le sorti del confine orientale italiano: cessione alla
Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte dell'Istria, costituzione di
uno stato cuscinetto, tra Italia e Jugoslavia, definito T.L.T. -
Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell'ONU (che dovrà
nominarne il Governatore) - e comprendente Trieste, il territorio ad essa
immediatamente limitrofo ed una parte dell'Istria, corrispondente a circa
un quarto della penisola.
All'epoca, non meno che in tutti i decenni che ne sono seguiti, il Diktat
del '47 è stato ripetutamente bollato per la sua ingiustizia ed
iniquità: giudizio di certo sacrosanto se è vero, come è vero, che esso
andò a sancire quel drammatico esodo di centinaia di migliaia di Italiani
che abbandonarono le proprie terre, le proprie attività, i propri morti,
pur di continuare ad essere Italiani; un Trattato che andò a premiare il
criminale operato dei comunisti di Tito che, con le foibe, gli eccidi, il
terrore di massa, realizzarono la "pulizia etnica" degli
Italiani, in qualche modo anticipatrice di quelle "pulizie" che,
decenni dopo, segneranno la dissoluzione della Jugoslavia.
Il Trattato di Parigi, però, fu qualcosa di più che un atto di
ingiustizia, fu soprattutto un fatto macroscopico di stupidità (e ciò in
politica è bene più grave): perché nel '47 pretese affrontare e
risolvere certi problemi, ignorando del tutto che oramai la situazione non
era quella del '45. L'Europa infatti non era più divisa tra paesi
fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale e blocco
orientale. Fu proprio questa "stupidità" a costituire la causa
specifica del fenomeno dell'Esodo. Infatti sia gli Italiani dell'Istria
che quelli di Briga e Tenda si videro ceduto ad uno stato straniero e
sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la
Jugoslavia comunista, i secondi sotto la Francia democratica ed
occidentale. L'esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il
confine orientale d'Italia, non certo quello ad occidente. Tutto ciò non
era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente,
aveva ignorato che il mondo ormai si divideva tra paesi comunisti e paesi
democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno
spostamento di confini quando realizzato a cavallo della linea divisoria
tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale "stupidità": il meccanismo della
nascita dello stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste era ormai
tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere e ciò per la
banalissima ragione che l'Onu non riuscì mai a mettersi d'accordo neppure
sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni
occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Sempre perché nel '47
(e così per lunghi successivi decenni) la situazione politica sarebbe
stata ormai totalmente condizionata da una logica (quella dei blocchi) che
il trattato di Parigi aveva preteso di totalmente ignorare.
5 ottobre 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglano con
Italia e Jugoslavia un "Memorandum d'intesa" in forza del quale
la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati
viene restituita all'amministrazione dell'Italia. E l'atto che
permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di
Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto
che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu
semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che si contava
sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di
Parigi aveva previsto e cioè la nascita del nuovo staterello.
Tale constatazione non si tradusse peraltro in quella che doveva essere la
logica sua conseguenza e cioè restituire all'Italia tuffo ciò che non
era possibile dare ad uno stato mai nato e che mai sarebbe esistito. La
restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la
cosiddetta "zona B", vale a dire la parte dell'Istria del
previsto T.L.T., continuò a subire l'amministrazione della Jugoslavia,
amministrazione che aveva il suo solo fondamento giuridico
nell'occupazione militare del '45 e che era in pieno contrasto con i
confini della Jugoslavia, così come fissati dal Trattato di Parigi.
La conseguenza, umana, di tutto ciò che fu proprio il Memorandum di
Londra segnò la spinta finale perché Capodistria, Isola, Pirano, Buie,
Umago e Ciffanova vedessero trasformarsi i propri cittadini in Esuli in
Italia, così come già era awenuto per i fratelli di Zara, di Fiume, di
Pola e del resto dell'Istria.
10 novembre 1975: nella cittadina marchigiana di
Osimo il ministro degli
Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmano
un trattato meritevole di entrare nel Guinness dei primati. Uno dei due
contraenti, il governo di Roma, paga una serie di prezzi non da poco: la
rinuncia alla sovranità italiana sulla zona B, la concessione di una zona
franca italo-jugoslava, a cavallo del confine di Trieste, che apre a
Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali.
L'altro contraente, la Jugoslavia, non dà contropartite di alcun genere,
si limita ad incassare i lauti benefici.
Una sorta di curioso patto leonino, nel quale tutti i vantaggi vanno alla
parte più debole, Belgrado, e tutti i danni a quella più forte, Roma.
Siamo infatti in un momento nel quale l'Italia ha ormai il rango di quinta
o di sesta potenza economica mondiale, nel mentre la Jugoslavia risulta
già un paese economicamente allo sbando e segnato politicamente dalla
generale previsione che, alla morte dell'ormai anziano dittatore Tito,
tutto il suo castello politico sarà destinato alla crisi e forse allo
sfascio.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l'altro un fatto
politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l'Italia accetta,
tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che
il mondo politico (salvo poche eccezioni) sembri quasi accorgersene. Bossi
e le sue pretese di secessione possono ben vantare, in quel Trattato, un
valido precedente a cui potersi richiamare nella loro volontà di spezzare
il territorio nazionale!
16 gennaio 1992: morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il
sistema dei regimi comunisti dell'Est, anche la Jugoslavia è giunta al
capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà
statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati,
Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi
anche dall'Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai
confini orientali d'italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra,
Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio
dall'accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L'Istria entra così
inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all'atto del
riconoscimento: l'impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e
l'unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione
aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili
espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle
case) che si incentrerò, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma,
Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo
Berlusconi, arriverò a concretizzarsi nel veto italiano, a livello
europeo, all'ingresso di Lubiana nell'Unione Europea; veto che verrà
mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto
recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a
ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se
Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l'Italia.
Maggio 1996: siamo ormai all'ultimo atto. A Roma è stato appena formato
il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l'on. Piero Fassino
il quale, prima ancora che il Senato abbia votato la fiducia al Governo di
cui fa parte, si precipita a Lubiana per incontrare i governanti sloveni
(tutti, come lui, ex comunisti doc) per consegnare alla Slovenia il bel
pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d'Europa
si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno
chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei
governanti sloveni; quanto ai beni rapinati agli Esuli il prode Fassino
ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli
(da coloro che glieli hanno rubati). Promessa che, proveniente da un
governo balcanico e di ex comunisti, ha comunque un grado di probabilità
di realizzarsi che è molto prossimo allo zero.
Certo è che, trascorso ormai un anno da quel fulmineo viaggio lubianese
del nostro sottosegretario, da parte slovena non si è visto passo di
alcun genere. I segnali che giungono dalla Slovenia sono anzi decisamente
di segno contrario (si parla di inesistenti limiti costituzionali, di
ipotesi di referendum e così via), tanto da motivare espliciti interventi
di richiamo da parte delle autorità europee (evidentemente poco inclini a
prendersi in casa soggetti così poco affidabili). Ben più a ragione il
presidente Prodi ed il viceministro Fassino dovrebbero farsi sentire e
protestare con gli amici sloveni, ma così non è. Considerano,
chiaramente, che con Lubiana, dopo aver ceduto tutto ed anche di più, non
esiste ormai questione di sorta. Si limitano quindi ad uno stanco
negoziato con la Croazia, nel quale è a tutti più che evidente che non
ci potrò essere esito diverso da quello già realizzato con la Slovenia:
una bella e solenne rinuncia, da parte italiana, ad ogni richiesta di
giustizia per gli Esuli, ad ogni impegno di tutelare per gli italiani
rimasti.
Sarò la conclusione coerente di una lunga vicenda di oltre cinquant'anni.
Una vicenda nata male, proseguita peggio e conclusa in modo pessimo: con
la bancarotta, totale e fraudolenta, della politica estera italiana sul
confine orientale.
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